Poliziano e l'Asinone: nel posto giusto al momento giusto
di Franco Santini

26 marzo 2014

Poliziano e l'Asinone: nel posto giusto al momento giusto

Poliziano è un nome che gli appassionati di rossi, specie se toscani, conoscono bene. Sotto la guida di Federico Carletti quest’azienda di Montepulciano ha scritto la storia della prima DOCG italiana e si è fatta conoscere ed apprezzare in tutto il  mondo. 
Oggi è una delle cantine più visitate della Toscana, con oltre diecimila turisti l’anno. Dai suoi 120 ettari vitati sulle belle colline di un territorio storico si ricavano 800.000 bottiglie di rossi piacevoli e di eccellente confezione. Parliamo quindi di un’azienda di medio-grandi dimensioni, finanziariamente solida, con una ventina di dipendenti fissi e una quarantina di stagionali, capace di innovarsi e strizzare l’occhio ai mercati internazionali pur mantenendo una importante connotazione territoriale. Come potete immaginare, organizzazione, comunicazione, marketing e pianificazione sono ai massimi livelli.

L’Asinone è il loro “vino bandiera”.
 Proviene da un unico vigneto di 14 ettari (così denominato per la sua forma a schiena d’asino), da uve Prugnolo Gentile (Sangiovese) in purezza, salvo essere “allungato” con un 10% di Merlot e Colorino nelle annate ritenute più difficili. E’ senza dubbio uno dei Nobile di Montepulciano più noti e premiati, e si posiziona a pieno diritto tra i grandi vini d’Italia. Un vino di cui però, lo debbo confessare, non mi sono mai pienamente innamorato. Tutte le volte che l’ho assaggiato l’ho sempre trovato “sicuro” ed “eccellente”, enologicamente perfetto, elegante e di classe, ma poco capace di toccare le mie corde emotive.

Per mettere di nuovo alla prova questa difficile relazione ho accettato con piacere l’invito degli amici dell’AIS Castelli Romani, che hanno presentato l’azienda e i suoi vini in una mini-verticale molto interessante. Lì ho ascoltato il racconto appassionato di Federico Carletti e l’impressione che ne ho ricavato è quella di un uomo che, giunto ad un’età “matura” e dopo un quarto di secolo nel mondo del vino, è ben consapevole del percorso fatto e delle scelte che indirizzeranno il futuro della sua azienda. E, dopo aver per tanto tempo, e con successo, seguito le leggi di un mercato globale, ha oggi la serenità e la sicurezza per provare a dare al suo vino un’essenza più personale e intima.

<<Mio padre acquistò l’azienda nel 1961 ed io mi ritrovai fin da subito immerso in quella realtà>> – racconta Carletti. <<Mi laureai in agraria nel 1978. Era quello un periodo di eccezionale fermento: i grandi vini toscani erano nati da pochi anni, il Sassicaia ‘85 aveva cambiato per sempre la percezione del vino italiano nel mondo, e nacque e si sviluppò il fenomeno dei “supertuscans”. A Montalcino c’erano appena una quindicina di aziende (oggi sono 350!) e a Montepulciano ci contavamo sulla punta delle dita. Nacque allora in me il desiderio di replicare i successo dei miei illustri conterranei, specie quelli del Chianti Classico, che andai a studiare da vicino. 

Iniziai a piantare “fitto”, passando pian piano a 5000 e poi 6000 ceppi per ettaro; cambiai la gestione del verde e della potatura; iniziai a monitorare la maturazione fenolica in aggiunta a quella degli acidi e degli zuccheri; importai le prime barrique e inizia a sperimentare gli affinamenti in legno piccolo. Questi sono oggi concetti scontati per chi vuole perseguire la via della qualità. Ma a metà degli anni Ottanta non era così, e noi fin da subito lo capimmo. 

A fare un bilancio oggi devo riconoscere di esser stato molto fortunato: mi trovai nel posto giusto nel momento giusto!
 Ricordo che mio padre, geometra, era in grado di risparmiare ed acquistare un nuovo ettaro di terreno ogni tre/quattro mesi. Oggi è impensabile, con un ettaro vitato che costa centinaia di migliaia di euro! L’enologo Carlo Ferrini, che da lì a poco sarebbe diventato uno dei più richiesti sul mercato, era mio amico e compagno di studi, ed iniziammo da subito a collaborare. Con il boom dei vini toscani vendere all’estero era molto facile, con prezzi che potevano essere ritoccati al rialzo di tre/quattromila lire l’anno!  Insomma, iniziai in un periodo di grande euforia e fu molto difficile restare con i piedi per terra. 

Negli anni Novanta, gli investimenti in cantina e i giudizi lusinghieri dei critici più influenti, Parker su tutti, accentuarono ancor di più il nostro successo commerciale nel mondo: il vino era tutto venduto già a maggio e confesso che mantenere la testa ancorata ad un progetto di autentica qualità, che comportasse rinunce e rischi, era difficile. Oggi, a distanza di anni, non rinnego nulla di quanto fatto ma col tempo ho maturato la volontà di seguire anche altre strade. 

Ormai da 15 anni abbiamo bandito tutti i concimi chimici e da 4 anni anche i diserbanti. Non ho ancora il 100% dei requisiti per diventare biologico, ma nemmeno mi interessa più di tanto. Non è  di una certificazione che ho bisogno, ma di un rapporto sano e rispettoso con la mia terra e le mie piante, e di uve sempre migliori. Abbiamo mantenuto la produzione a livelli “sostenibili”, pur avendo la potenzialità per fare almeno il 50% in più di bottiglie. Abbiamo iniziato ad usare i lieviti indigeni del nostro Sangiovese, che spingiamo sempre più per poterlo usare in purezza. Abbiamo riacquistato tini grandi di legno da 50 e 60 ettolitri, che non andranno a sostituire le barrique ma ne costituiranno un complemento. Quello di non avere un’intera linea fermentata e affinata in tini grandi è forse il mio più grande rimpianto: ora, con le dimensioni che abbiamo è complicato mettere in piedi una linea nuova, ma forse sarà proprio questa la mia prossima sfida per il futuro
>>.

Il risultato di questo percorso io l’ho potuto apprezzare nel bicchiere dell’Asinone 2010. 100% sangiovese, ha una disponibilità al dialogo che non avevo mai riscontrato nelle annate precedenti. Intenso, balsamico, elegante, si presenta al naso con una fresca nota agrumata e la classica ciliegiona rossa matura; poi fiori appassiti e lieve tostatura. In bocca ha “peso specifico”: è succo e polpa, con tannino fine e maturo, una buona dinamica gustativa, un tenore alcolico in equilibrio con tutto il resto. Il legno c’è e si sente, ma è giovane e avrà tempo per integrarsi meglio. Il bicchiere vuoto dopo qualche minuto regala un ricordo di tabacco dolce e liquirizia purissima. A mio giudizio una spanna sopra le analoghe versioni del 2009 e 2006 provate nella stessa serata.

Per quel che vale, la scintilla tra me e l’Asinone stavolta è scoccata!

L'articolo è stato tratto da www.acquabuona.it su gentile concessione di Franco Santini